PARTE PRIMA
(bozza)
LA MIA AUSTRALIA
CANTO DIURNODI UN PIEMONTESE ERRANTEPER L’OCEANIA
PREMESSA
Le storie che seguono sono il sottoprodotto letterario di una permanenza di quattro anni (1991 – 1995) nelle terre australi e peri-australi.
Non sono né un diario di viaggio, né un rendiconto delle caratteristiche di quei paesi lontani.
Sono ciò che mi è rimasto di più sorprendente tra i molti ricordi di un paese difficile da definire. Sono quindi il risultato di un processo di filtrazione.
Il problema con i filtri è che non si può dire, a priori, da quale parte stia il buono. Per esempio, se si filtra una tisana, il buono è quello che passa. Il contrario avviene quando si filtrano le acque di un fiume aurifero: il buono rimane nel filtro.
Chissà che cosa sarà successo con queste storie. Forse ho lasciato svanire i ricordi più importanti e raccolto i più banali. Oppure è successo il contrario.
Down Under è l’affettuoso nomignolo con cui gli australiani identificano l’Australia. Letteralmente Down Under significa Giù Sotto. O meglio: Laggiù, là sotto.
A pensarci bene, non potevano trovare nomignolo più appropriato.
PRIMA DELLA PARTENZA
AVVERTIMENTO (Estate 1991)
«In Australia? Ma sei matto?»
«Perché? Hai qualcosa contro l’Australia?»
«Sembra che da quelle parti ci siano delle brutte bestie.»
«Balle!»
«Che ti mangiano vivo.»
«Balle!»
«Dei ragni che non stanno in un piatto.»
«Ma piantala lì, va.»
«Chiedi a Aldo; lui c’è già stato.»
«Chiederò a Aldo.»
«Fallo: Aldo è uno che le cose le dice. Non ci gira intorno.»
«Chiederò a Aldo, ma non cambia niente. Ho già i biglietti.»
«Fai come vuoi, ma poi non venire a lamentarti.»
ALDO (Estate 1991)
«Allora, Aldo, ti è piaciuta l'Australia?»
«Guarda, non crederti poi che sia bella!»
«Cos'è che non ti è piaciuto?»
«È sempre la stessa cosa.»
«Cosa?»
«Eucalipti.»
«Ma dai, ci sarà ben qualcosa di diverso dagli eucalipti!»
«Sì, è vero. Se prendi una macchina e vai sempre dritto, prima trovi mille chilometri di eucalipti, poi mille chilometri di eucalipti bruciati, poi di nuovo mille chilometri di eucalipti e alla fine mille chilometri di eucalipti bruciati. Quando arrivi lì, l'Australia è finita.»
«Ma non starai esagerando? Il deserto, l’oceano, le spiagge infinite, l’arte aborigena, la famosa fauna e flora australiana…»
«Sì, sì, ci sono, ci sono. Però quando ci sono stato io faceva molto caldo. Dopo gli eucalipti, la cosa che più mi ha colpito sono i bar lungo la strada. Da una parte, contro il banco, una fila di uomini beve birra. Dall'altra, contro il muro, una fila di donne gioca alle slot-machine. Dimenticavo: ci sono anche tante mosche.»
IL PREDECESSORE (Ottobre 1991)
Due settimane alla partenza.
Un giorno, in uno dei tanti corridoi della Commissione, incontro una persona che l’Australia l’ha conosciuta bene. È stato il mio predecessore a Canberra. È rientrato alla base con quasi un anno di anticipo, chissà perché. Per un anno ha lasciato il posto vacante e un anno dopo nel posto vacante hanno messo me. Nel frattempo la sedia davanti alla sua scrivania deve essersi raffreddata.
Ci conoscevamo poco ed era di fretta. Pochi convenevoli, poi gli faccio la domanda: «Tu che in Australia ci sei stato tre anni, dimmi un po’: qual è la cosa più bella?»
Senza esitazione, come trasportato da un'estasi improvvisa: «Gli uccellini!»
«E la più brutta?»
Si guarda intorno, spalanca gli occhi come se volesse guardare dentro di sé, o lontano, da un’altra parte: «Niente, non c’è niente di brutto». Poi è scappato.
Ripensandoci, è partito un po’ troppo in fretta. Mi sono perfino chiesto se laggiù non gli fosse successo qualcosa.
C’è qualcosa che non mi convince in Australia. Chi ne parla bene lo fa in modo innaturale. Ogni aspetto del paese, anche il più banale, è il meglio che ci sia al mondo.
Di gente che ne parla male ce n’è poca: svicolano subito e dicono banalità.
Sto leggendo delle guide turistiche, dei dépliant. È tutto bello, anzi bellissimo. Fin troppo.
KURT (Fine ottobre 1991)
Kurt, l'assistente amministrativo della Delegazione di Canberra, di passaggio a Bruxelles, è venuto a casa mia per riempire delle carte e parlare di cose pratiche.
Dopo un po’ passiamo in giardino: terrazza, un tavolo e sei sedie di plastica verde. Sul tavolo due lattine di birra e due boccali fiamminghi. Kurt, prima di sedersi, afferra la sedia, la capovolge e ne esamina attentamente il fondo. Poi si accuccia e lancia una lunga occhiata sospettosa sotto il tavolo.
«C'è un problema?» gli chiedo.
Con aria assorta: «No, niente, è un'abitudine che ho preso in Australia».
«Guardate sotto le sedie prima di sedervi? Avete paura delle bombe?»
«No, non è per le bombe. È per via dei ragni.»
Pensieri rapidi saettano nel mio cervello: «Ma dai, non saranno mica mortali!»
«Sì, possono anche esserlo. A Canberra ce n'è uno, abbastanza piccolo – lo chiamano Red Back – che può anche essere mortale. Ce ne sono tanti in giro. Per fortuna gli ospedali hanno l'antidoto.
Il peggiore di tutti è il Funnel Web. Quello là è proprio brutto: nero, grosso e peloso. Quando si sente in pericolo si accuccia sulle zampe posteriori e solleva quelle davanti in modo aggressivo. Spesso dai suoi dentoni trasudano due gocce di veleno. Il Funnel Web è veramente pericoloso: ogni anno fa parecchie vittime in Australia. Il suo rifugio preferito è sotto il bordo dei water, ma in realtà puoi trovarlo un po' dappertutto. Non aver paura: – sorride – i Funnel Web sono soprattutto a Sydney.»
«Dimmi un po’: non starai mica esagerando?»
«Aspetta» mi dice, e fruga nella sua cartella. «Ne hanno appena parlato nelle pagine del The Australian. Sei fortunato, ecco qui, guarda» e mi porge una pagina di giornale piegata in quattro.
Si vede una carta dell’Australia con le zone dove il Funnel Web è più comune. Guardo subito la zona di Canberra: non è il peggio, ma il colore della zona non è bianco come da molte altre parti. È un po’ rosato. E certo: Canberra non è poi così lontana da Sydney e la zona di Sydney è di color rosso inferno.
«Prendilo» mi dice. «Io fra due giorni sono di nuovo là e me ne compro un’altra copia.»
«Ma no, figurati... Fra poco ci sarò anch’io dalle vostre parti... Tienilo, tienilo... magari ti serve ancora.»
«È un articolo fatto bene, sai. Ci sono tutte le statistiche: morti, feriti, amputati, handicappati, per sesso, per età, per nazionalità, per data del morso. Dicono che negli ultimi tempi la zona del corpo più morsicata non è più quella dei genitalia. Quello era vero fino a qualche anno fa, per via dei water nel giardino. Adesso la zona più colpita è dietro le orecchie...»
«Dietro le orecchie?» dico, e sento il bisogno di grattarmi.
«E sì. È da quando hanno messo il casco obbligatorio anche per andare in bici. Gli australiani vanno molto in bici e quando rientrano posano il casco un po’ dovunque nel loro garage. I Funnel Web si trovano bene nel sudore caldo rimasto nel casco, e così quando il ciclista l’indomani se lo rimette in testa, l’animale che aveva passato una bella nottata si inviperisce e gli dà una pizzicata dietro le orecchie.»
La conversazione prosegue, sempre più smarrita da parte mia. Vengo a sapere che in Australia ci sono certi ragni bianchicci che: «... là dove ti mordono ti fan marcire la carne; e contro il loro veleno non c'è antidoto. In ospedale te ne portano subito via un bel pezzo, ma qualche settimana dopo ricomincia a marcire tutt'intorno. Parecchi sono stati amputati della mano…. prima che cominciasse a marcire il braccio».
Devo ammettere che Kurt mi ha destabilizzato. E io che immaginavo solo eucalipti e uccellini! Non avevo mai sentito parlare di ragni. Strane idee mi passano per la testa.
Kurt è stupito. Ma come, non avevo mai visto il libro Australian dangerous creatures, con fotografie, schizzi e avvertimenti? Me ne avrebbe passato una copia lui, appena in Australia. Peccato che non ce l'avesse con sé: avrei potuto dare uno sguardo prima di partire.
Kurt ha assunto un'aria di grande superiorità: è il veterano che arriva dal fronte a colloquio col novellino che non ha ancora avuto il battesimo del fuoco.
«Non preoccuparti: ci si abitua presto e dopo un po’ non hai più paura. Ti vengono delle abitudini. Per esempio, prima di metterti le scarpe le sbatti sempre, rovesciate, sul pavimento. Vedrai, a un certo punto non ci pensi nemmeno più. Però, dentro, sei sempre all'erta.»
Per incoraggiarmi mi fa notare che sua moglie si era adattata subito: quando prendeva il sole sul bordo della piscina aveva sempre a portata di mano il panic button.
Kurt, pazientemente, mi spiega che il panic button non è altro che un comando a distanza collegato con l'allarme della casa. «Se ti succede qualcosa, ragno o altro, se ti prende il panico insomma, schiacci il bottone e la security arriva nel giro di tre minuti.»
Sua moglie non aveva più paura nemmeno degli Huntsman, i ragni più grossi di Canberra, che però non sono velenosi. «Li chiamano anche House spiders perché amano stare nelle case. Sono talmente grossi che non serve a niente innaffiarli con lo spray antiragno, anche il più potente. Puoi sempre provare a schiacciarli, ma corrono velocissimi, e se ne becchi uno devi poi far tinteggiare tutto il muro.»
Sua moglie li catturava con l'aspirapolvere. La settimana prima aveva cercato di prenderne uno talmente grosso – spaventoso gesto della mano – che si era aggrappato con le otto zampe al bordo del tubo dell'aspiratore. Non voleva assolutamente entrare. Sua moglie aveva allora provato a spingerlo dentro con un bastone, ma il ragno, con uno scatto supremo, era schizzato via e, correndo come una lepre, si era nascosto sotto il divano.
Non l'avevano più trovato.
La visita di Kurt sta per finire. Avevamo entrambi parlato di cose più allegre: degli australiani, del mare, dei canguri, del deserto e di altri dettagli amministrativi. Prima di andarsene, gli propongo di fare un giro in giardino. Non è grande, ma sul fondo, dopo una breve rampa, si entra direttamente nel bosco comunale.
Già nel giardino Kurt aveva cominciato a camminare in un modo curioso, ma appena entrati nel bosco: pàf, pàf, pàf, sbatte i suoi piedoni sul terreno coperto di foglie. È come se, ad ogni passo, volesse schiacciare qualcosa. Penso ovviamente alla sua probabile fobia per i ragni.
Con ironia: «Cosa fai, schiacci i ragni?»
Stavo riprendendomi. Quella leggera frase canzonatoria mi aveva fatto bene.
Con aria infastidita: «Ma che scemo! Io, con la testa, sono sempre in Australia!»
«E allora?»
«Allora c’è che in Australia, quando cammini sull’erba, o nel bosco, o nella boscaglia, bisogna sempre battere i piedi.»
«Ma perché mai?»
«Per via dei serpenti.»
Vengo così a sapere che in Australia ci sono parecchi serpenti, uno peggiore dell’altro: «I serpenti più velenosi del mondo!» dice, e li nomina: «Il brown snake, il tiger snake, il death adder, il taipan, il mulga, il fierce...»
«Ma non mi dirai che ci sono anche a Canberra!»
Infastidito: «Certo che ci sono anche a Canberra! E anche nei giardini delle case! D’estate, quando nella savana non c’è più una goccia d’acqua, i serpenti vanno a bere nelle piscine. Li ritrovano l’indomani, o annegati, o nuotanti stizzosi lungo il bordo della piscina. Ma quando ti succede, non c’è problema: chiami i rangers».
«Arrivano subito? Li uccidono?»
«Arrivano subito ma non li uccidono. Li prendono delicatamente e li rimettono, vivi, nel bush; cento metri più in là.»
Sono stordito. Vorrei che Kurt se ne andasse al più presto ma devo ancora riempire delle carte e ci sediamo dunque al solito tavolo. Kurt non ha capovolto la sedia ma mi ha fatto capire con un’occhiata che ne ha avuto una gran voglia.
La giornata è abbastanza bella: il giardino risuona del canto degli uccellini belgi. Una grossa tortora viene a posarsi, con un frullo, su un ramo basso del ciliegio selvatico.
Kurt, con uno scatto fulmineo, si butta sotto il tavolo. Ne esce quasi subito, mogio, avvilito, ma anche irato contro i suoi insopprimibili istinti.
Mio sguardo sardonico: «Serpenti volanti? Avvoltoi australiani?»
«Hai ragione di prendermi in giro. Ma poi lo vedrai anche tu. In Australia, in questo periodo, le magpies – le gazze, voglio dire – fanno il nido. Molte impazziscono letteralmente e attaccano tutto ciò che passa vicino a loro, nel raggio di un chilometro.»
«E allora?»
«Se non l’hai mai provato non puoi capire. Guarda: – mi fa vedere una crosta color vino tra i suoi capelli – mi ha beccato una settimana fa. Tra la macchina e la porta di casa: cinque metri allo scoperto. E dire che prima di uscire avevo guardato dappertutto e tutto sembrava calmo. Non l’ho vista arrivare, è caduta dal cielo come un sasso. Le chiamano Killer Magpies: ti attaccano e ti riattaccano; non ti mollano più. In questo periodo gli ospedali sono pieni di gente che va a farsi ricucire. Quelli che devono assolutamente camminare per strada portano tutti dei cappellacci con due grandi occhi bianchi e neri dipinti sopra. È l’unica cosa che incute timore alle gazze: gli occhi. In questo periodo, mai attraversare un parco! Mai girare per strada a piedi senza cappello con gli occhi. Mai andare in bicicletta senza casco con i pungiglioni esterni! Posso solo dirti questo: quando arrivi tu, fra una settimana, è il momento peggiore. Non fidarti. Stai attento alle bambine.»
Kurt se ne è andato lasciandomi sconcertato. Ormai è troppo tardi per rinunciare all’Australia.
Prima di partire vado all’ambasciata d’Australia a Bruxelles. Nell'ingresso, sugli scaffali, parecchi dépliant illustrati a disposizione dei turisti con splendide fotografie di eucalipti e di uccellini.
Nella biblioteca vado subito a consultare il famoso libro Australian dangerous creatures. I capitoli sui ragni e sui serpenti erano spaventevoli e rivoltanti. Un intero capitolo era dedicato agli “Uccelli che possono ferire” e tra questi, soprattutto, la Killer Magpie. Il sottotitolo diceva: «Le aggressioni improvvise delle magpie possono rendere la primavera – novembre, in Australia, è il cuore della primavera – un tormento». Fotografie mostravano dei signori in completo scuro, camicia e cravatta, – sicuramente dei burocrati del Governo federale – che si recavano al lavoro, a Canberra, con grandi cappelli su cui erano disegnati degli occhi enormi.
Gli occhi erano da far paura.
PRIMI PASSI IN AUSTRALIA
ATTERRAGGIO (4 novembre 1991)
Bruxelles-Amsterdam-Singapore-Sydney-Canberra: 23 ore di volo effettivo, 30 con gli scali.
Atterraggio sotto un forte temporale; taxi, residence ammobiliato, dei letti per dormire. A Canberra non è più né giorno né notte: solo spossatezza.
Prima grossa delusione: i letti australiani non hanno gambe. Il pagliericcio è uno zoccolo squadrato ricoperto di tessuto e appoggiato direttamente sul pavimento: nel nostro caso una moquette di folti peli. Sul letto una copertina sintetica, pelosa e spiacevole al tatto, scende fino a terra e si fonde coi peli della moquette.
Le immagini evocate durante la conversazione con Kurt, vecchie di pochi giorni, non hanno perso nulla della loro insidiosità. Scruto i letti sulla falsariga dei suoi avvertimenti. Non c'è scampo: il ragnetto che uccide, l'onnipresente Red Back di Canberra che sicuramente alligna tra i peli dell'infame moquette non dovrà fare alcuna fatica a issarsi sul letto. Ha perfino due alternative: aggrapparsi con le unghiette al pagliericcio, strisciare sotto la copertina sintetica e raggiungere così, agevolmente, l'interno del letto; oppure aggrapparsi con i suoi uncini alle fibre della coperta, raggiungere la parte superiore del letto e passeggiare comodamente sui morbidi cuscini.
Sarà giorno, sarà notte? Se non si dorme è morte certa, mentre la morte da ragno è solo morte aleatoria. Adesso ricordo: ma sì, c'è l'antidoto! Gli ospedali di Canberra rigurgitano di antidoto. Stramazzo falciato dalla fatica, sommerso da un'ondata di ottimismo.
In piena notte sono svegliato da un clic sommesso che diffonde una musica fatata. Sono armonie mai sentite, suoni mai pensati e nello stesso tempo estremamente famigliari. Non si tratta di strumenti: sembra che a suonare sia l’aria, l’acqua, il bosco, la neve, la foresta, il mare... Sarò morto? Drogato? Nel dormiveglia confuso in cui mi trovo mi sembra di udire voci... disumane. Che esista un’altra faccia dell’Australia? Una faccia angelica, stupenda, che mi dà il benvenuto, che mi chiama? Ma presto lo sfinimento del viaggio sommerge come un’onda nera la speranza di un mondo fatato da questa parte della Terra.
Giorni dopo, vengo a sapere che il canale radiofonico acceso per default in tutti gli alberghi trasmette spesso, in piena notte, musiche new age con rinforzi di canti di balene, di sciacquii di ruscelli, di vibrazioni cosmiche...
Tarda mattinata. Ci svegliamo tutti, uno dopo l'altro, vivi. Appena fuori della porticina del nostro edificio c'è il giardino interno e la piscina. Non vedo nessun serpente “nuotare, stizzito, lungo il bordo della piscina”. Bene! Un giardiniere inginocchiato sfoltisce le aiuole e strappa le erbacce. Noto che porta dei guanti. Gli chiedo se è per via dei Red Back.
«Anche» risponde, evasivo.
Gli chiedo se ce ne sono tanti.
Sorride: «Qualcuno».
«Come si fa in giardino?»
Sorride: «Basta fare un po' di attenzione».
Gironzolo nei dintorni, ogni tanto gli chiedo il nome di un fiore, di un arbusto mai visto. È un uomo sui cinquanta, calmo e sorridente. Mi fa anche lui qualche domanda. Conosce l’Italia, soprattutto per via di Roberto Baggio. Quando ne parla si illumina tutto.
Nel bel mezzo di una breve conversazione sulla genialità dell’attaccante juventino giungono dall’interno del Residence delle grida agghiaccianti, seguite da un sordo trambusto.
«Mamma mia! Che cosa sta succedendo?» gli chiedo con il cuore in gola.
Ride: «Ah, quella è Frieda. Fa così quasi tutte le mattine. È una brava ragazza, sui vent’anni. Tedesca. È venuta in Australia per imparare l’inglese e si guadagna da vivere facendo le pulizie nel nostro residence. Come pulizie è la migliore. Il suo capo ne è molto contento».
«E va bene» incalzo «ma si può sapere perché urla in modo così spaventoso?»
«Ah... niente, niente. Grida così quando vede un Huntsman. Arriva subito un’altra ragazza e insieme spostano i mobili per vedere dove si è cacciato. Ma non lo trovano mai. Sono furbi gli Huntsman. Forse ce n’è uno solo in tutto il residence e si diverte a far paura a Frieda. Magari la prima volta che la ragazza l’ha visto gli avrà dato una scopata. E quello se l’è legato a un dito.»
Continuava a strappare le erbacce dalle aiuole. Nel frattempo la giovane Frieda si era azzittita. Il mio cuore, stava rallentando.
«Stia tranquillo» mi dice il giardiniere. «Le passerà. È arrivata da poco. Fra due settimane non ci farà più caso.»
In casa non dico niente, ma mi piacerebbe incontrarla quella Frieda. Vorrei chiederle cosa ha visto prima delle grida. Vorrei capire un po’ meglio.
Nel pomeriggio usciamo in strada; il supermercato non è lontano. Il marciapiede è tirato a lucido. Erbetta rada e verdissima incornicia lo stretto sentiero centrale di cubetti di porfido.
Cécile parla sommessamente nelle orecchie delle bambine. Percorriamo le poche centinaia di metri che ci separano dal supermercato battendo forte le scarpe sul selciato. Incrociamo persone indifferenti, che camminano in modo banale. Più della metà sono scalzi. «È un’abitudine australiana» mi dicono.
Al ritorno picchiamo un po' meno forte, ma nessuno parla. Sospettosi, scrutiamo le anfrattuosità della terra, gli interstizi tra i cubetti di porfido, il fremere sospetto di un ciuffo d'erba…
***
AUSTRALIAN QUARANTINE (Novembre 1991)
Me ne avevano parlato, ma mi ero detto che esageravano. Mi avevano anche raccontato delle storie, come quella di una giovane coppia francese atterrata a Sydney con valigie e bambino lattante in braccio.
I due francesi non erano degli ingenui, si erano informati. Sapevano che in Australia non si può importare niente di “biologico”, vivo o morto che sia – tranne gli esseri umani, of course. Niente cani, dunque, né gatti, né criceti, né pesci rossi in boccale... Ma nemmeno pere, mele, arance, zucchine, mazzetti di prezzemolo, carciofi... E nemmeno semi, bucce d’arancia, foglie secche, zanzare vive o morte, erbari preziosi, noccioline, marmellate, caramelle, briciole di pane rimaste nelle tasche...
Sapevano che gli australiani prendono la cosa molto sul serio, ma loro avevano pensato a tutto, anche a pulire la suola delle scarpe dall’eventuale terra non-australiana rimasta attaccata prima di salire in aereo. Sapevano che la terra d’Australia è delicata e fragile come una verginella e che il minimo frammento di DNA non australiano potrebbe mandare tutto a catafascio. Erano vigili e scrupolosi e, come tali, si erano avviati verso la strettoia dell’Australian Quarantine senza la minima apprensione.
Alla domanda: «Avete qualcosa da dichiarare?» avevano risposto di no con un sorriso. Ma la vigilessa che vegliava sulla verginità dell’Australia chiede loro di aprire le valigie.
Le aprono. La signora guantata cerca dappertutto con grande professionalità e non trova niente. Chiede poi, gentilmente, di ispezionare le suole delle loro scarpe. Pulitissime, per entrambi.
La cartella di lui contiene delle carte, un libro, una rivista e altri items “minerali”.
Il patatrac avviene quando la guardiana chiede alla mamma del lattante di aprire la borsa contenente gli oggetti utili a una mamma con un lattante. C’erano, sì, pannolini, creme, ciucciotti, un cambio di biancheria e una copertina di lana in caso di freddo in aereo. Ma c’era anche un oggetto che è subito balzato agli occhi della guardiana.
«Che cos’è questo?» sibila la militare.
«Un biberon» risponde fiduciosa la mamma.
«Pieno o vuoto?»
«Pieno, ovviamente; pronto a essere succhiato. Basterà dargli una scaldatina nel primo bar dell’aeroporto.»
Povera ingenua!
«Che cosa contiene il biberon?» ringhia la doganiera.
«Del latte, of course.»
«Del latte, of course? Prende in giro? Ma lei non sa che il latte non australiano non può attraversare la frontiera? Che potrebbe contaminare di germi alieni l’Australia tutt’intera?»
«Ma no, non mi sono spiegata. Mi scusi gentile Signora. Questo non è latte di mucca, o di capra, o di altro animale femmina. Non l’avrei mai fatto, mi creda. Questo è latte in polvere diluito in acqua distillata, pronto all’uso. Non c’è la minima molecola biologicamente attiva. È tutto e solo purissima chimica.»
La mamma aveva fatto le Grandi Scuole e sapeva il fatto suo. Ma la vigilessa anche.
«Ah sì? Latte in polvere? Latte liofilizzato dunque. Un latte che prima di essere ridotto in polvere dalla liofilizzazione era un “latte europeo”» e pronunciò quel european milk con una smorfia di disgusto. «Anche una foglia secca, prima di essere secca era una foglia. E lei crede che si possa introdurre in Australia una foglia secca non Australiana? Vuole devastare il nostro paese unico al mondo?»
«Mi scusi, signora, non pensavo, non volevo... Ma il mio bambino deve prendere il biberon, è l’ora, ha fame, potrebbe cominciare a strillare, non siamo ancora arrivati in albergo, e poi questo latte è un latte speciale, anti-rigurgito, non può bere nient’altro... Mi restituisca il biberon, ci lasci passare, la prego...»
Una breve telefonata ed ecco arrivare un ufficiale, gentilissimo, riguardoso, inflessibile.
La situazione è subito chiarita, come pure la serie degli avvenimenti a venire.
Un’istruzione parte infatti dalla bocca dell’ufficiale verso la vigilessa: «Esegua, la prego; faccia il suo dovere in nome dell’Inspection Service dell’Australian Quarantine».
La vigilessa, riconfortata, lascia allora cadere in un contenitore blu che chiude scrupolosamente con tre ganci a scatto, il bianco biberon pieno di buon latte anti rigurgito che il lattante aveva già visto e che ormai richiedeva con altissimi strilli.
Strilli rinforzati del bambino, il quale, sebbene appena lattante, ha capito che il suo biberon è scomparso.
Sgomento dei due giovani genitori francesi che ancora non avevano capito come funzionava l’amministrazione australiana.
Infine, per ammorbidire l’effetto devastante dell’attacco, l’alto ufficiale, passando dal modo “inflessibile” al modo “educato e riguardoso” aggiunge:
«We are very sorry, signora Mignon. Lei è attualmente in Australia e la legge australiana sarà rispettata. Fino in fondo. E quindi le confermo che l’oggetto introdotto fraudolentemente in Australia sarà fisicamente e chimicamente degradato in un forno al plasma, e che le spese delle procedure fisico-chimiche necessarie le saranno interamente fatturate. D’altra parte, la nostra terra, fragile ma accogliente, si occuperà dei bisogni immediati del suo delizioso baby che, speriamo, si divertirà moltissimo in questa nostra bella terra.»
E così, pochi minuti dopo, un’ambulanza bianca e rossa, sirene spiegate e girofari lampeggianti, trasportò la mamma e il bambino nel più vicino ospedale di Sydney, dove dei neonatologi insigni consegnarono alla mamma un biberon nuovissimo, appena sterilizzato, contenente il miglior latte anti rigurgito, made in Australia, terra fragile ma accogliente.
Bel racconto, vero? Chiarificatore di uno dei tanti aspetti dell’animo australiano? Sì, certo; ma in realtà l’ho raccontato solo per introdurre il racconto vero e proprio, quello che sta per cominciare. E qui non si tratta di latte.
Siamo dunque al terzo giorno dopo il mio arrivo in Australia con moglie e due figlie rispettivamente di 12 e di 9 anni.
Per noi, il passaggio della dogana e successivamente della strettoia dell’Australian Quarantine era avvenuto senza il minimo intoppo.
«Qualcosa da dichiarare?»
«No, niente da dichiarare.»
«Passate, please.»
Devo dire: sulla penultima pagina di tutti i nostri passaporti, l’Ambasciata di Australia a Bruxelles aveva incollato un vistoso bollino giallo che portava scritto il sesamo: Diplomatic Visa. Per due giorni ho creduto che l’arrendevolezza dell’Australian Quarantine nei nostri riguardi dovesse essere ascritta al bollino. Mi sbagliavo.
E infatti, il terzo giorno, uno degli agenti di servizio alla nostra Delegazione, entra nel mio ufficio e mi comunica con un’aria mezzo sgomenta mezzo esultante che dovevo recarmi al più presto nell’ufficio federale dell’Australian Quarantine per chiarimenti riguardanti un mobile del mio trasloco da loro ispezionato al reparto doganale.
“Che cosa avranno mai trovato in quel mobile? Briciole di pane in un cassetto? Un pelo di gatto?” mi chiedo; un po’ preoccupato, un po’ sicuro di me per via del famoso bollino giallo.
Dopo aver percorso lunghi corridoi scortato da un sottufficiale, sono ammesso in una grande sala dove diversi ufficiali dell’Australian Quarantine parlavano sommessamente intorno a un mobile di cucina coricato per terra e circondato da un vistoso nastro giallo che portava la scritta rossa: «Inspected by the Australian Quarantine».
L’atmosfera era severa.
Poi, un ufficiale che parlava molto veloce mi invita a passare dall’altra parte del mobile atterrato: dalla parte inferiore, dunque, quella down under, quella che quando il mobile è in piedi risulta affacciata al pavimento a una distanza di pochi centimetri.
«Guardi cosa abbiamo trovato» e mi indica un angolo del fondo.
«Non capisco» rispondo.
«Non capisce? Guardi bene: che cos’è questo?»
«Ah, quello! È una ragnatela!» dico ridendo. «Spero proprio che voi australiani non abbiate paura di una ragnatela belga!»
Non avrei dovuto prenderla così alla leggera.
«Guardi, si avvicini, ma senza oltrepassare il nastro giallo. Non si tratta solo di una ragnatela. Guardi attentamente.»
«Io non vedo nient’altro.»
«Noi sì. Il nostro laboratorio di ispezione ha visto diverse uova di ragno.»
Ancora non capivo. «D’accordo, vi credo. I traslocatori non sono andati a ispezionare sotto tutti i mobili.»
«Così com’è, questo mobile non può entrare in Australia.»
«Ma già c’è» rispondo, e mi accorgo che avrei dovuto stare zitto perché l’atmosfera si stava facendo gelida.
«Per evitare malintesi, le comunico che questo mobile le sarà recapitato solo dopo aver subito una disinfestazione radicale tramite esposizione ai raggi gamma emessi da una sorgente radioattiva di Cesio 137. L’intera procedura prenderà diversi giorni e le sarà interamente addebitata, spese di trasporto comprese. E non si tratta di pochi dollari...» disse con un ghigno sadico, probabilmente una rivincita contro quegli sbruffoni che portano incollato sul passaporto il famoso bollino giallo.
A questo punto, perso per perso, mi lascio andare.
«Faccia il suo dovere, capitano, la quarantena deve essere rispettata. L’unica cosa che mi fa sorridere è che questa vostra quarantena si applichi anche ai ragni. Ma forse è meglio così: se li lasciassimo entrare vivi in Australia, quei quattro o cinque poveri ragnetti belgi si troverebbero ben presto a dover affrontare gli Huntsman giganti di Canberra, i velenosissimi Red Back e probabilmente anche i dentoni sguainati del primo Funnel Web che si aggira nei paraggi. Che se poi riuscissero a uscire di casa, altro che disinfestazione ai raggi gamma! Ci penserebbero le magpie, che in questa stagione mi han detto che sono particolarmente assatanate.»
Vedevo, al variare dei rictus del suo viso, che ogni mia parola aumentava il numero dei passaggi successivi nel disinfestatore federale, e con quello l’ammontare della fattura che mi avrebbe fatto recapitare. Mi era perfino sembrato deluso che mi fossi fermato così presto.
Alla fine ho fatto quello che avrei dovuto fare subito. Ho assunto un’aria contrita e ho detto: «I am sorry, captain, to have broken the quarantine regulations. I am really very sorry. Pagherò quel che c’è da pagare».
Un vago sorriso di trionfo nei suoi occhi chiari: l’italiano col bollino giallo, quello che aveva cominciato a fare il furbo, aveva finito per capire l’antifona.
Una stretta di mano all’australiana.
Aveva vinto.
Non sapeva, però, che il bollino giallo significava non solo la copertura totale delle spese del trasloco, ma anche quelle di un’assicurazione blindata pronta a indennizzare le spese di disinfestazione radioattiva di una ragnatela a batuffolo che teneva al caldo uno spizzico di ragnetti made in the EU.
***
L'INIZIAZIONE (Novembre 1991)
Qualcuno potrebbe dire: «Adesso basta ragni e ragnatele. Ci sarà pur qualcos’altro da raccontare in Australia!»
«Certo, certo» risponderei. «Ma concedetemi ancora queste due-tre paginette.»
In quei giorni, si trattava di lasciare il residence e di cercarsi una casa. Momento cruciale dunque, e anche molto bello: di villette da affittare a Canberra ce n’erano tante e l’affitto, a carico del datore di lavoro, era l’ultimo dei fastidi.
Due giorni di ricerca, poi: la perla. Una villetta fatta bene, con numerose camere, piccole e grandi, un bel soggiorno e un patio interno con grandi vasi già guarniti di fiori o di arbusti. In ordine e pulita, pronta ad accogliere il trasloco.
Altro lato positivo: oltre a essere grande e con un gran prato-giardino all’intorno, la villa non aveva piscina. Non osavo lasciar trasparire la mia intima soddisfazione, anzi, facevo delle smorfie afflitte: «Molto bella! Peccato però che non ci sia una piscina...». In realtà ricordavo fin troppo bene la risposta di Kurt alla mia esclamazione: «Non dirmi che ci sono dei serpenti anche a Canberra!». Kurt si era infastidito davanti a tanta ingenuità: «Certo che ci sono anche a Canberra! E anche nei giardini delle case! D’estate, quando nella savana non c’è più una goccia d’acqua, i serpenti vanno a bere nelle piscine. Li ritrovano l’indomani, o annegati, o nuotanti stizzosi lungo il bordo della piscina».
Uscire di casa una mattina d’estate e vedere dei serpenti “nuotanti stizzosi lungo il bordo della piscina” era un rischio che non volevo correre. Insomma, nella mia ricerca di casa, la prima condizione – tacita, inconfessata, inconfessabile – era che la casa non avesse piscina. Bene dunque per quella casa lì.
Un po’ meno bene, invece, per la posizione. Il grande giardino privato non era recintato e sul lato nord andava a sfumare nella savana color mattone (il bush) che, tra mirti, banksie, mimose ed eucalipti partiva all’attacco della Red Hill. Da notare che sul culmine di quella collina stazionavano branchi di enormi canguri e torme di emù attratti dall’odore di grasso fritto che proveniva da una postazione pubblica di barbecue a gas.
Se qualcuno mi avesse chiesto di stimare, così, a branca e spanna, il numero di serpenti, striscianti o intanati, tra il culmine della collina e la mia sedia sdraio in giardino, avrei detto: «Due o tre». Ma sapevo che potevo sbagliarmi di grosso.
La villetta era troppo bella per lasciarmela scappare e mi dissi che coi serpenti mi sarei aggiustato. Avrei messo dei bastoni un po’ dappertutto e se avessi visto uno di quei rettili puntare verso casa lo avrei massacrato di botte.
Così pensa un non-australiano appena arrivato in Australia. Un non-australiano che non ha ancora modificato i suoi codici mentali. Per me la strada da percorrere era ancora lunga. Non ero ancora nemmeno stato iniziato.
Dopo le visite, fattuali, con gli impiegati dell’agenzia immobiliare, era giunto il momento della visita, rituale, in presenza della padrona di casa.
Era costei una donna di bell’aspetto, capelli biondi a caschetto, sguardo franco, rettilineo, totalmente esente da timidità. Ogni tanto un breve lampo, spavaldo, di ironia. Mi prendeva, visibilmente, dall’alto – e non aveva tutti i torti.
Per prima cosa, mentre io ero un funzionario europeo di chiara origine italiana, il suo cognome evocava invece antiche stirpi anglosassoni. In quelle stirpi, all’antica xeno-fobia era subentrata una forma di compiaciuta xeno-ironia.
Secondo, mentre io “ero nel” corpo diplomatico di stanza a Canberra, suo marito era appena stato nominato Ambasciatore d’Australia in Argentina. Da tutte le fattezze, fisiche e psichiche, della sua personalità traspariva dunque, prorompente, la sua fresca nomina di Ambasciatrice. E lì, non si scherza.
In più, lei era la proprietaria e io l’impetrante che stava passando con lei una specie di esame per vedere se ero degno, o no, di entrare nelle sue mura.
Avevamo fatto il giro delle camere e ci trovavamo in quel momento nel patio inondato di sole. Mi sembrava che tutto stesse andando per il meglio. Impressionanti erano soprattutto i suoi occhi: molto chiari, ma capaci di lampi beffardi. Forse la più grande distanza antropologica tra lei e me non era quella dell’ambasciatore riguardo al consigliere, né quella di una McPherson relativamente a un Gregoli qualunque. Forse la sua maggior forza nei miei riguardi era quella della nativa australiana relativamente al forestiero arrivato da poco. Della prima, io non sapevo quasi niente. Del secondo, lei sapeva tutte le debolezze e i pregiudizi.
Mi aveva anche detto, sarcastica: «Ma lei si rende conto che si appresta a passare quattro anni in un “deserto culturale” popolato da discendenti degli antichi galeotti?».
Qualche momento dopo, i miei occhi si erano sganciati dai suoi e avevano iniziato una cauta ispezione del muro assolato proprio dietro di lei. Mi era infatti sembrato di aver visto qualcosa...
Qualcosa che in quel momento si trovava nel cono d’ombra prodotto dalla sua capigliatura.
Un movimento impercettibile dei miei piedi, un piccolo spostamento di lato e ... eccolo, eccolo, il “qualcosa”! Era proprio lì, incollato al muro del patio, a tre centimetri dai capelli biondi dell’ambasciatrice. Non essendo ancora un australiano, l’impulso mi venne di ghermire la signora per le spalle e di allontanarla di scatto dal muro. Ma quel qualcosa teneva il mio sguardo inchiodato al muro. Ma allora è “quello” che vede Frieda, la mattina, nelle stanze del residence! È lui, è lei la “cosa” che la fa strillare come una matta, nell’indifferenza generale degli australiani.
Un Huntsman, un House spider. Una piovra gigante, grigia, grande praticamente come la testa della signora. A tre centimetri dai suoi capelli. Dovevo fare qualcosa. Mi stavo giocando l’esame di passaggio.
Presi dunque a fare strane mimiche facciali, ad alzare un braccio, ad allungare un dito, a emettere suoni tronchi, solo per attirare la sua attenzione. E infatti la signora smise di parlare, mi guardò interrogativa come per dire: “Che succede?”, al che ne approfittai per dirle, sottovoce: «Mi scusi, signora... ma dietro di lei... sul muro... lei non lo vede... ma c’è un... un...»
Aveva finalmente capito. Volse il corpo di qualche grado nella direzione del muro poi, con voce soave: «Questo? Ma lui è David» me lo stava presentando. «David è il nostro pet».
Dolcissima metafora: pet, in inglese, è il nomignolo – oh quanto affettuoso! – che gli inglesi danno ai loro piccoli animali di compagnia. Per capirci: un pet non è il loro Doberman, o il loro Labrador. Pet è un gattino, un cagnolino, un criceto, un porcellino d’India, una tartarughina, un topino bianco che gira per casa. Pet è un condensato di amore da dare e di amore da ricevere, una pillola di quotidiano benessere1.
«Da dove salti fuori, David?» disse Evelyn al pet, sommessamente. «Son due giorni che non ti si vede. Ma lo sai che hai spaventato il signore?» Aveva anche toccato con un dito la punta di una delle sue lunghe zampe. David aveva leggermente ritratto la zampa e mi parve perfino – ma non osavo guardare la scena nei suoi crudi dettagli – mi parve perfino, dicevo, che David, dopo aver ritratto la zampa, l’avesse dolcemente appoggiata “sul” dito dell’ambasciatrice Evelyn McPherson.
«Isn’t it lovely?». A tradurlo in italiano, verrebbe: “Non trova anche lei che è un amore?”.
Io non potevo staccare gli occhi. Uno splendido esemplare. Di un bel grigio perla. Otto zampe lunghe e muscolose, divise in quattro segmenti. In tutto erano trentadue segmenti di zampa di ragno. Un corpo asciutto, costituito pure lui da due segmenti: un torso allungato e un addome allungato, non molto più grandi di quelli delle zampe. In cima al torso, una testolina con due occhi sgranati. Peloso il giusto: non troppo, non troppo poco. Al tatto doveva essere lovely. Era dunque lui, il famigerato Huntsman di Canberra, il pet casalingo che alligna nelle case e che ama la famiglia sedentaria. Quello che la moglie olandese di Kurt cercava di aspirare – senza riuscirci – nel tubo dell’aspirapolvere. Il mostro che terrorizzava la povera Frieda.
L’ambasciatrice mi guardava intensamente. Stavo giocandomi la villetta.
«So cosa lei pensa, ma le assicuro che col tempo anche il suo pensiero cambierà. Ci vorrà poco, mi creda. Io, la mia casa, gliela affido con piacere. Ma nella casa c’è anche David. Mi capisce?»
Mi guardava con occhi inquisitori, severi a tratti. Poi sbottò: «Non penserà mica, per caso, di ucciderlo? Voi stranieri non siete come noi. Voi, i ragni, vorreste ucciderli tutti».
Avrei voluto dirle che in quel momento, nei laboratori dell’Australian Quarantine, dei raggi gamma letali stavano polverizzando quatto o cinque ragnetti belgi che, da vivi e messi in fila, non avrebbero fatto mezzo segmento di una delle zampe di David.
In realtà mi limitavo a sorridere un po’ stupidamente: dunque avevo passato l’esame, la casa era mia, potevo organizzare il trasloco. Era in una posizione magnifica, e al diavolo i serpenti di Red Hill!
L’ambasciatrice aveva capito la mia soddisfazione e il mio intimo cruccio. Già stava imballando casa e David nello stesso pacco regalo.
«Non si preoccupi, David è totalmente inoffensivo. Ci metterete meno di una settimana ad abituarvi alla sua presenza. Vedrà, vedrà. A breve le sue bambine giocheranno con lui. Venga, voglio presentarla ai nostri vicini di casa, sono lovely.»
Veramente lovely erano i vicini, Mr and Mrs Moore. Intelligenti, spiritosi, di larghe vedute. Lui burocrate federale, lei veterinaria. Evelyn disse anche due parole sul mio momento di panico alla vista di David. Grandi sorrisi, in chiave scherzosa. Poi Evelyn concluse: «Conoscono bene David. Se lei, girando per casa, lo vedesse un po’ mogio, o svogliato, o se fosse scomparso da più di tre giorni, si rivolga a loro. Anny ci sa fare con i piccoli animali, è la sua specialità».
Piccoli animali, pensai. Piccoli animali...
Avevo superato l’esame di ammissione, avevo vinto la casa, non avevo urlato. Nella transazione avevo anche vinto un pet.
Non mi rimaneva più che raccontare tutto a moglie e figlie.
***
FAX (Canberra, 16 novembre 1991)
Caro Bartolo,
avrei bisogno di un paio di scarpe alte, anti-serpente, per andare in giro nel bush. Penso a delle scarpe tipo quelle in goretex da cacciatore, n°43 (mezzo numero più grandi delle tue). Se riesci a trovarle puoi anche spedirmele per nave; mi arriveranno per l’Epifania.
L'Australia è difficile da spiegare: fatti conto la Valle Stura, ma più grande.
Silvano
NEL CUORE DI DOWN UNDER
SEGNI PREMONITORI (Novembre 1991)
Quel sabato di novembre – mese di transizione tra la primavera e l’estate – stavamo girovagando su una collina di Canberra per osservare i canguri. In testa, larghi cappelli di cuoio a far da scudo ai becchi delle gazze. Avevo rifiutato di procurarmi quelli con i grandi occhi, bianchi e neri, che consideravo inutili e puerili.
Non eravamo soli a passeggiare per quelle lande. Altri lo facevano e i loro cappelli avevano quasi tutti degli occhi enormi. Infantilismi prettamente australiani, mi ero detto. Manifestazioni di una loro insopprimibile tendenza al boyscoutismo.
Poco dopo, passando ai piedi di un grande eucalipto grigio chiaro, una gazza uscita da chissà dove aveva sferrato un attacco fulmineo al cappello di Cécile. Semplice avvertimento: la vittima era stata appena sfiorata, non era successo nulla. Ma Cécile, per la sorpresa e lo spostamento d'aria, aveva lasciato cadere per terra la macchina fotografica.
Una Nikon F801 nuova di zecca, con obiettivo Zoom Nikkor 18 – 200 protetto da un filtro Skylight di marca Zeiss. Nella caduta il filtro era andato in pezzi. Solo il filtro, per fortuna.
Bestiaccia!
Una mattina, il Direttore della Telopea Park School dove avevamo appena piazzato le figlie, era arrivato a scuola con un enorme cerotto sul cranio.
***
L'ATTACCO (Dicembre 1991)
Poi, un giorno, ho assistito a un vero attacco. È stato come al cinema.
Il mio ufficio dà su Arkana Street, una bella strada di ambasciate che arriva fino al lago. Ai due lati della strada e nei giardini delle varie residenze, splendidi esemplari di eucalipti.
Sono circa le dieci di mattina.
Un giovane sta scendendo lungo il marciapiede di destra. Ha appena oltrepassato l'ambasciata americana e sta entrando nella zona dell'ambasciata belga. Tra le due ambasciate c'è un eucalipto con un nido di gazze australiane. La mamma è una killer magpie notoria, tra le peggiori di Yarralumla. Il giovane cammina tranquillamente: ha una bella testa tonda con capelli tagliati molto corti. È sicuramente un non-australiano arrivato da poco.
Attraverso le finestre, decine d'occhi di funzionari d'ambasciata attendono il momento che non può tardare.
Da venti metri d'altezza, con due colpi d'ala, la magpie si è alzata in volo e si è portata allo zenit del cranio senza occhi. Chissà: forse il giovane avrà udito il fruscio, ma la giornata è splendida e il cuore leggero. Immobile per qualche secondo la gazza piega infine la testa verso terra, ritrae le ali e piomba sul malcapitato come un sasso. A dieci centimetri di distanza dal cranio la gazza spiega le ali, spalanca gli alettoni di coda, drizza la testa verso il cielo, protende le zampe e affonda gli artigli nel giovane cuoio.
Il giovane ha uno scatto incredulo. Nessuno l'ha informato: la sua mente non è ancora in Australia. È rimasta in Olanda, o in Argentina, o a Praga, o a Filadelfia. Pensa: «Figurati un po': camminando per strada sono stato aggredito da un uccellaccio. Chissà perché, chissà cosa voleva». Lui non lo sa – non può ancora crederci – ma in diversi punti del suo cranio cominciano ad affiorare le prime gocce di sangue.
L’uccello si è piazzato in volo stazionario a pochi metri dal ragazzo che lo guarda con rabbia e con sfida. Lo vediamo fare un gesto di dispetto nella sua direzione – lui crede che basti –, poi riprende a camminare.
In quel momento la killer magpie non vede più nessun occhio ma di nuovo e solo una nuca. Tutti i burocrati che dalle finestre delle loro ambasciate seguono la scena con ansioso interesse sanno esattamente cosa sta per succedere.
La gazza si è alzata di una decina di metri. Uno scatto del corto collo piumato, un fremito di tutto il corpo e l’assalto si ripete, fulmineo, furente, in un gran sbatacchiare d’ali.
Stavolta il ragazzo è quasi stramazzato a terra. Fa due o tre passi rapidi in avanti, semi-accucciato, sventagliando l’aria con le mani. Si tocca la testa, si guarda le mani, spalanca gli occhi. Non ha ancora capito: si volta in direzione della gazza che frulla a mezz’aria. Solo allora vede i suoi occhi e in quel preciso istante, finalmente, capisce tutto. Quell’uccello è una killer magpie ed è lì per ucciderlo.
In Arkana Street non c’è riparo. L’edificio più vicino è la nostra Delegazione. Davanti all’ingresso c’è perfino una specie di pensilina, messa lì in ricordo della piovosa Europa. Ma tra il ragazzo e la pensilina ci sono ancora quaranta metri e su quell’interminabile distanza la gazza dà sfogo al suo furore. Cento occhi di burocrate vedono allora un grande uccello nero e bianco impennarsi nell’aria, abbattersi in un orribile fremito di becco e d’artigli su una testa indifesa, rialzarsi nuovamente per ridiscendere in picchiata, senza posa, senza respiro. È come se un lungo elastico collegasse la povera testa del malcapitato alle zampe artigliose di quell’uccello infernale.
Il giovane corre a zig-zag, spezzato in due, completamente disorientato, stramazzando sovente a terra, gli occhi sbarrati sulla pensilina che si avvicina in un velo di sangue e di sudore. A quel livello di ferocia, l’uccello lo insegue fin sotto la pensilina sempre lacerando il povero cranio già martoriato. Finalmente una porta si apre e quattro manacce australiane lo tirano dentro, vivo, tutto insanguinato.
La killer magpie è rimasta fuori, appollaiata sul lampione dell’ingresso, le piume gonfie di furore. Volge verso la porta prima il torvo occhio destro, poi il torvo occhio sinistro.
Alla fine si allontana, stizzita, in un gran volo. Scompare tra i rami alti del suo lontano eucalipto.
***
INSETTI MINUTI (Natale 1991)
Natale: è scoppiato il gran caldo. Aliti d'inferno arrivano dai deserti del nord. Poveri Babbi Natale, paonazzi sotto il cappello, la barba e il vestito di panno.
Stasera, per respirare, abbiamo dovuto aprire la finestra. Ovviamente, tutte le finestre hanno zanzariere metalliche. Stupisce però lo spessore del filo d'acciaio, di tipo «australiano».
Nel comportamento costantemente eccentrico della fauna antipodale, un istinto è rimasto immutato nei due emisferi: l'attrazione degli insetti notturni per la luce. La zanzariera – ma si dovrebbe piuttosto dire: «inferriata» – divideva quella sera due spazi: quello fuori, scuro, dove stavano gli insetti, e quello dentro, chiaro, dove stavo io. Ci tenevo alla segregazione fra i due mondi e volevo che la loro interfaccia rimanesse impenetrabile.
Unico rimpianto: non avere fotografato quella meravigliosa zanzariera. Ideale sarebbe stato eseguire diverse zumate: flash da un metro, flash da cinquanta centimetri, flash con macro da venti centimetri, forse anche da dieci.
Composizione della corte dei miracoli brulicante a filo dell'inferriata: insetti minuti con nasi a tromba; animaletti arcuati, totalmente asimmetrici e con un numero dispari di zampe; boccucce; becchi; rostri; lingue; dardi; pungiglioni; formicone fosforescenti e alate; blatte trasparenti; chele; elitre; pinze; alucce madreperlacee; occhioni sfaccettati; dentini che scricchiolano sulle maglie d'acciaio: cric, cric, cric..., cric, cric, cric..., cric, cric, cric...
***
CHIOCCIOLE
La lettera del mio predecessore che ho ricevuto stamattina era tutta un buco. Come se non bastasse, l'indirizzo, appena visibile, era coperto da una vernice madreperlacea che rifrangeva la luce del sole in mille riflessi iridescenti. Anche la consistenza della carta era bizzarra. Era come se quella lettera avesse cent'anni e fosse stata ritrovata, rosa dai topi, nella cantina di una casa abbandonata.
La parte più interessante della lettera era la busta. La sua consistenza fisica era totalmente alterata: la busta era ora dotata di grande durezza, ma anche fragilità, friabilità, lucentezza e colore. Striature traslucide univano buchi di ogni aspetto e di ogni dimensione, e attraverso quei buchi si vedeva il cielo.
La mattina dopo avevo interrogato la postina.
«Cos'è questo?» le avevo detto, porgendole la busta con circospezione.
La postina – persona molto antipatica e di sesso ambiguo – non mi era sembrata per niente impressionata dallo stato della busta.
«Lumache» aveva detto con un'alzata di spalle.
«Lumache? Ma dove, quando?»
«Nella buca delle lettere, durante la notte. Ce n’è un mucchio in questo periodo. A loro piace la carta.»
Dovevano essere entrate a dozzine, nella buca, la notte prima. Le lunghe strie e le infami sbavature delle lumache papirovore erano infatti estremamente differenziate. Ce n'erano di verdastre, di giallastre, di rosa pallido. Ogni lumaca aveva lasciato la sua impronta, ognuna aveva attaccato la carta nel modo che le era parso più congeniale.
Con gran cautela avevo aperto la busta e cercato di estrarre la lettera, friabile e ridotta ormai allo stato di un pizzo. Ecco lo scritto; ma sarebbe meglio dire acquarello, tanto le disgustose chiocciole avevano impastato l'inchiostro con la loro bava. E non avevo dovuto fare una grande fatica a raffigurarmele, quella bavose bestiacce australiane, strisciare nottetempo su per lo stelo della mailbox, e sciamare all'interno, e spandere dappertutto i loro succhi gastrici corrosivi, e mordicchiare a casaccio rendendo praticamente illeggibile la lettera del mio predecessore a Canberra, ancora nostalgico degli uccellini australiani, dolente del ritorno sotto i vecchi cieli boreali.
Quella lettera mi aveva anche permesso di chiarire un mistero che durava da mesi. Durante buona parte dell'estate, alle prime luci dell'alba, mentre ancora cercavo di dormire, si udivano dalla parte del nostro dirimpettaio – un colonnello d'artiglieria in pensione – dei continui e ripetuti schiocchi. Non mi ero mai alzato, nonostante la curiosità; sempre vinto dal sonno.
Gli schiocchi si susseguivano con ritmo tranquillo e potevano anche durare un'ora. La presenza del colonnello era sicuramente legata agli schiocchi, anche se non ero sicuro ne fosse l'origine. Tra gli schiocchi, lo si sentiva infatti tossire sordamente. Si udivano anche i suoi passi, su e giù per il marciapiede davanti a casa sua. Ogni tanto, quei rumori netti e discreti erano rotti dal fragore gracchiante e scornacchiante di una torma di cockatoos, larga un buon chilometro quadrato, che si abbatteva, devastatrice, sulle ultime case di Kingston prima della collina di Red Hill.
L'ipotesi è stata in seguito confermata dal colonnello stesso. In coincidenza di eventi climatici e geologici ancora sconosciuti, tappeti di chiocciole affamate escono, all'alba, dai loro rifugi notturni nei prati di Red Hill e si dirigono lentamente, rosicchiando e sbavando, verso le prime case di Kingston. Sul marciapiede dirimpetto a quello di casa nostra le aspetta al varco l'insonne colonnello con i suoi stivaletti di cuoio allacciati stretti fino al polpaccio: «Ciack! … Ciack! … Ciack! … Ciack! …. » Ogni «Ciack!» è una chiocciola in meno, una macchia gelatinosa sul marciapiede.
Sul marciapiede di casa nostra, ancora immersa in un tipico sonno non-australiano, avanza invece un tappeto brulicante di chiocciole indisturbate. A centinaia si arrampicano sugli alberi. A dozzine si innalzano lungo lo stelo della mailbox e penetrano, tutti i dentini fuori, nella cambusa cartacea di quell'antro oscuro.
Colonnello e cockatoos si dividono il lavoro. Metodico il primo, a folate i secondi. Ogni tanto, alle orde dei cockatoos malacofagi si frammischiano agili drappelli di currawong che inseguono, inferociti, degli enormi king parrots colpevoli di aver tentato di sottrarre ai primi una succulenta nidiata di baby cornacchie.
Quando infine si alza il sole non rimane più nulla della feroce battaglia sulla terra e nei cieli. Ciò che non hanno asportato i cockatoos in volo radente lo hanno asportato le gazze e le cornacchie. E i marciapiedi di Buxton Street ritrovano la loro linda rispettabilità.
Penso sovente al mio predecessore, la mattina, quando porto a passeggio il cane.
Se qualcuno, in partenza per l'Australia mi chiedesse: «Qual è la cosa più bella dell'Australia?», contrariamente a lui sarei in imbarazzo. Infatti, non ho ancora potuto decidere se la cosa più bella dell’Australia siano i suoi uccellini o le sue lumachine.
***
IL SERPENTE
Savana intorno a Tuggeranong. Colline rosse con radi eucalipti. Ampiezza e melanconia dell'orizzonte.
Maneggio polveroso. Cavallerizzi con larghi cappelli di cuoio. Cavalli sudati ma visibilmente soddisfatti. Ingresso sgangherato. Due donne grasse, scortesi con i non-australiani. Ai muri fotografie stinte della gimcana dell'anno prima. Fuori, tra le macchie dei cespugli, silhouette di canguri accasciati.
Alti nel cielo passano – sublimi – i cavi dell'altissima tensione. Su ogni collina un traliccio: i 400.000 volt arrivano fulminei dai grandi laghi artificiali delle Snowy Mountains; fulminei ripartono verso Sydney scavalcando il Great Dividing Range.
Un po' più in là, una rimessa col tetto di lamiera, rovente sotto il sole. All'interno, alla rinfusa, balle di paglia, sacchi di biada, finimenti di cavallo e altri accessori equestri. Sulla porta della rimessa, qualcuno ha affisso un foglio: «Attenzione! Un grosso serpente è stato visto entrare in questa rimessa».
Sono due giorni che il serpente si è rintanato sul fondo, tra il muro e un sacco: se ne sta immobile, gli occhi socchiusi. È lungo un metro e mezzo. È tozzo, piatto, pesante e robustissimo. Deve avere esitato parecchio prima di infrattarsi nel box. Tutt'attorno al maneggio, sulla terra rossa del bush, ha lasciato lunghe tracce sinuose, belle come merletti.
Il foglio è all'altezza degli occhi. Poco fa è entrato nella rimessa un inserviente scalzo e a petto nudo. Ne è uscito con in spalla un sacco di biada. Dopo, sono entrati una dozzina di ragazzini, ognuno con la sua brava sella nelle braccia. C’è stato all’interno un gran sbattere e un gran frugare. Tutti si sono sfilati i caschi che han lasciato nella rimessa in disordine. Escono paonazzi di sole e di sudore.
Nella penombra il serpente attende. Ha una boccuccia deliziosa. Unico lato raccapricciante: la grossa testa è coperta di squame simili a foglie secche. Potrebbe essere un death adder.
È ora la volta di Betty, l’istruttrice. La sento rimestare a lungo nel disordine della rimessa. Ne esce con delle vecchie staffe: sorriso sfolgorante e gesti scattosi che trasudano vitalità.
Il serpente respira silenziosamente attraverso la bocca a barchetta e guarda fisso nel vuoto.
L’ora è quasi passata. Fra poco arriveranno quelli del secondo turno, con le loro selle e i loro caschi.
C’è anche mia figlia.
***
DUE ITALIANI IN TASMANIA
Aeroporto di Hobart, Tasmania.
In fila davanti a me per il check-in ci sono due ragazzi italiani coloratissimi: salopette «Fila», una rossa, l’altra di un bell’arancione vivo; scarponcini leggeri e molto tecnici; zaini da scalata Berghaus. Ho lasciato l’Europa da poco e già sono ansioso di dialogo. In più le loro tenute montanare mi mettono una grande curiosità.
«Arrivate o partite?»
Leggermente sorpresi: «Partiamo, partiamo».
«Avete fatto della montagna? Non ce n’è tanta in Australia.»
Ridono: «No, ma abbiamo fatto diverse camminate, soprattutto in Tasmania».
«Siete montanari?»
Sorridono: «Siamo aspiranti guide in Valtellina».
Sono un po’ imbarazzato per via del mio completo scuro, da burocrate in servizio burocratico. Vorrei avere la loro età ed essere aspirante guida in Valtellina.
«Siete anche stati in Australia?»
«Certo! Siamo stati sei settimane in Australia e una in Tasmania. A Melbourne abbiamo affittato una macchina e abbiamo fatto tutta la costa est: Sydney, Brisbane, Townsville, Cairns, Port Douglas, fino a Darwin. Da Darwin siamo rientrati a Melbourne per i quattromila chilometri di autostrada che tagliano il centro.»
«Allora, vi è piaciuta l’Australia?»
Si guardano, sorridono, ammiccano, la mimica facciale esprime sentimenti contrastanti: «Sì, sì; è bella».
Domanda classica: «Che cosa vi è piaciuto di più?»
Risposta spiazzante, senza alcuna esitazione: «La Tasmania».
«Perché?»
«Ci sono delle foreste magnifiche!»
«Insomma, il vostro viaggio vi è piaciuto.»
Imbarazzo. Probabilmente ne avevano parlato a lungo: «Sì, sì. Ci è piaciuto».
Non potevo impedirmi di pensare agli eucalipti di Aldo. Tutto sommato, non sembravano poi così entusiasti. Quelle sei settimane di viaggio agli antipodi dovevano anche essere costate una bella cifra.
«Avete visto delle belle montagne in Tasmania? Son più belle delle nostre?»
«Per esser belle sono belle! Però qui è un’altra cosa. Due giorni fa, eravamo nella parte più spettacolare del sentiero trans-Tasmania – si figuri che abbiamo dovuto prenotare il biglietto un anno fa – e davanti a noi c’era una coppia di Australiani. Ci trovavamo in quel momento ai piedi di un collinone tondo, coperto d’eucalipti e con una roccia in cima. Quei due continuavano a dire: «Beautiful! Beautiful! The best mountains in the world!»2. Ci siamo avvicinati per vedere cosa guardavano, cos’era il «beautiful» che vedevano. Era il collinone. Qui dicono «Beautiful!» a tutto (ridono).
***
IL TASMANIAN DEVIL
Pernottamento in un Lodge nel cuore della Tasmania costruito con legno locale in una radura della foresta.
A partire dal crepuscolo, dentro e fuori, è tutto un brulicare di animali selvatici.
All’interno, da tutti gli elementi architetturali della grande costruzione, incoraggiati dalla sera che sta per scendere, ecco sbucare le legioni degli opossum stanziali: animali miti, pelliccia morbida, occhi neri sporgenti, orecchie di pipistrello, corpi a metà tra un coniglio e una volpe. Ti cadono addosso dall'alto, dalle travi del soffitto, dai cornicioni esterni. Sono soprattutto ghiotti di banane. I clienti lo sanno e non sono avari. Si aggirano sotto i porticati distribuendo mazzi di banane a una foresta di manine che afferrano, di bocche che masticano con un rumore pastoso, corposo, accattivante.
Fuori, una fauna eccitata dall’attesa: canguri, wallabies, formichieri, lucertole giganti, echidna, pangolini, animali sconosciuti, uccelli di ogni sorta e colore.
Poi, alle prime ombre della sera, ecco sopraggiungere dalla foresta la masnada silenziosa dei wombat, animaloni come peluche, miti e paciocconi, ma con unghie che ti scavano una tana di dieci metri in meno di un’ora.
Verso le nove di sera, come ogni altra sera dell’anno, tutti i clienti del Lodge vanno a sedersi sul grande terrazzo sopraelevato per assistere allo spettacolo. L’inizio della rappresentazione è dato dal suono di una campanella. Al suono, ormai famigliare, decine di inservienti del Lodge avanzano in fila indiana per buttare in un recinto all’aperto i rimasugli del pasto. Eccitati dalla campanella e attratti dall’odore, torme di animali selvatici escono dagli anfratti e vanno a intrupparsi nel recinto. Bisticciano, si spintonano, si mordicchiano, emettono fischi, scrocchi, latrati, gemiti, sbuffi. Una gazzarra dantesca, di uno charme selvatico e indimenticabile. Un mastichío frenetico, scrocchi, slurpi, un ingozzarsi pazzesco, dove non è la fame a causare lo stress ma il pericolo che l’animale a te vicino arrivi prima di te alle carcasse di pollo, alle costine ancora inzuppate di ketchup, alle montagne di lasagne, alle innumerevoli croste di pizza, alle torte alla crema intatte che coprono di panna la montagna sottostante di patate fritte, a tutta quell’informe e un po’ infame poltiglia, scampata alle mascelle umane, che sempre rimane da smaltire dopo un pasto servito in un grande locale pubblico..
Ma la gazzarra dura poco. Cinque minuti dopo, come obbedendo a un copione mille volte ripetuto, ecco giungere, con un trotterellare tranquillo, il protagonista tanto atteso: il Tasmanian Devil.
Spuntano i binocoli per osservare da vicino le fattezze di quell’animale quasi soprannaturale.
L’animale è piccolo, come un cane di taglia media, ma possiede una bocca stupefacente: è sempre spalancata. La chiude solo per mordere. Nella bocca, bene in vista, lunghi denti bianchi, affilati, costantemente infetti da residui di carne avariata. Di lui si dice che se ti azzanna un polpaccio, al 50% bisogna amputarti la gamba.
È uscito dalla notte emettendo un latrato roco, come un rantolo. Non il minimo accenno di lotta, non il minimo confronto. In un attimo è rimasto solo. Tutti gli altri animali si sono dileguati. È avanzato tranquillo nel recinto delle delizie e ha cominciato a scrocchiare tibie di bue sgretolandole come grissini.
Solo, nel buio della notte, rotto solo dalle luci del Lodge che permettono di vedere il prosieguo del rito selvatico. Solo, con tutto il festino per lui.
Nessun dubbio: è lui il leader massimo. Ispira un tale terrore reverenziale che tutta la fauna australiana, pur rotta a battaglie di ogni tipo, preferisce evitare il confronto.
Scappano tutti. Non per viltà: per semplice buon senso. Tutti gli animali vorrebbero essere come lui. Pochi ci riescono. In Tasmania nessuno.
***
> 120 DECIBEL
Da Canberra al mare sono due ore di auto.
Si esce quasi sempre nella direzione di Queanbeyan, borgata periferica di scarso interesse dove un cartello annuncia subito che stai entrando nella Kings Highway, cioè in quell’autostrada che ti porta al mare ma che autostrada non è. Dal cartello in poi sei nel bush.
Il bush, bisogna dirlo e ripeterlo, è un’entità australiana onnipresente, una specie di savana di terra rossa con arbusti e alberi autoctoni che sopportano la siccità e il suolo ferroso in cui affondano le radici.
Precisazione importante: non confondere il bush con il famoso outback australiano. La differenza tra le due entità è soprattutto una differenza di scala. Per capirci: se si prende una parcella di bush e la si ripulisce di ogni casa, casetta, casupola, chiabotto, stradina, sentiero, eccetera, e, dopo averla trasportata duemila chilometri più a nord, la si stira di mille chilometri in ogni direzione, la si riempie di un caldo infernale, nuvole di mosche, animali mai visti, distese di sali minerali colorati, gole riarse tra rupi rosso mattone, eccetera, eccetera, ecco che la piccola parcella di bush è diventata una parcella di outback. Nel primo circolano uomini, donne, bambini e pensionati. Nel secondo, sempre e soltanto dei “Crocodile Dundee”.
E infatti, subito dopo Queanbeyan, la tua auto si trova ad affrontare le prime distese di una terra rossiccia rotta qua e là da cespugli arruffati e da macchie di alberi ad alto fusto, quasi sempre eucalipti. Non credere di vivere un’avventura: sei soltanto nel bush. Non morirai né di fame, né di sete; lì tutto è ancora a portata d’uomo. Sono perfino rimaste delle casette, sparse qua e là, con stradine d’accesso che confluiscono in mazzi di buche da lettere, di tipo americano, per facilitare il lavoro dei postini. Ogni tanto, in uno slargo dell’autostrada e sotto le fronde odorose di una macchia di eucalipti, un cartello annuncia la presenza di una batteria di public toilets. L’outback è ancora lontano.
Avanti dunque verso Bungendore, cittadina ordinata dove lo spazio per costruire non manca. Lì è buona norma acquistare uno dei tanti oggetti locali in legno scolpito. Se hai in tasca trenta o quaranta dollari australiani, potrai sempre comprarti uno dei molti vassoi portafrutta, tondi, spessi, pesanti e con bordi carnosi, ottenuti al tornio da ceppi di alberi esotici con venature bizzarre, come marmo. Una volta chiusa la parentesi australiana e ritornato in luoghi più antropizzati, quei vassoi del peso medio di tre chili, ti aiuteranno a ricordarti di quel giorno a Bungendore che, altrimenti, avresti sicuramente dimenticato.
Prossima tappa, Braidwood, nota soprattutto per il Mount Gillonatong, cono smussato di 700 metri di altitudine di cui si dice che mezzo miliardo di anni prima fosse alto come l’Everest. A Braidwood, se guardi verso sud-est, cominciano ad apparire le prime colline boscose al di là delle quali dovrebbe esserci il mare. Quei boschi, ormai vicini, devono nascondere proprietà ad altissimo valore aggiunto perché sono stati elevati al rango di Parchi Nazionali dai nomi esotici: Budawang National Park, Bimberamela National Park, Monga National Park...
Su e giù allora per colline boscose abbastanza rade, di stampo prettamente eucaliptico che, scendendo noi quel giorno al mare, mi hanno fatto ricordare il vaticinio di Aldo, pochi giorni prima della nostra partenza per l’Australia.
Eccola ora dimenarsi tutta, la cosiddetta “autostrada”, sposare il rilievo saltabeccante dei grandi parchi nazionali, scapricciare su e giù, a destra e a sinistra, a gimcana, a labirinto, a montagne russe; talmente sregolata che, se a volte devo ingranare la prima, altre volte i freni vanno a fuoco. Il tutto in un gran silenzio di cattedrale rotto solo, a tratti, dalle strida di grandi uccelloni dai colori sgargianti e dalle voci sgraziate.
Silenzio? Eppure nell’aria, da lontano, giunge come un brusio, una vibrazione che sembra avvicinarsi. E infatti, più ci avviciniamo, più la vibrazione si rinforza e acquisisce connotati inquietanti. Due-tre chilometri di giravolte e infine, eccola la grande vallata da cui sembra elevarsi quel suono! Un suono la cui intensità cresce ad andamento esponenziale, una cosa che ti mozza il fiato, come se dallo spazio esterno si entrasse di colpo in un immenso capannone dove migliaia di seghe circolari stanno tagliando a fette migliaia di tronchi di legno durissimo.
Il suono diventa sempre più insopportabile, sempre più preoccupante. Nonostante il caldo chiudiamo tutti i finestrini dell’auto ma il fragore esterno invade l’abitacolo, crea un senso di panico, ferisce i timpani. Per cercare in qualche modo di esorcizzarlo, accendo l’autoradio e giro il volume al massimo, ma l’antenna, in quell’inferno di onde sonore di origine sconosciuta non “prende”. Peggio: “prende”, ma per qualche fenomeno stregonesco, quel che “prende” e amplifica è solo lo stridore dell’aria che avvolge l’auto e sembra volerne infrangere la carcassa.
Ricordo di aver pensato a un’invasione di dischi volanti i quali, nelle colonne sonore dei film, sono sempre accompagnati da quel suono spaventevole.
«Cicale?» mi chiedo infine. «No, non può essere... a meno che... a meno che in Australia... anche le cicale... anche loro siano influenzate dal gigantismo ambiente?»3. In un momento di lucidità – o forse di follia? – la smania mi prende di visualizzare uno di quei miliardi di mostri. Poi, per fortuna, non mi arrischio a uscire all’aperto.
Dura diverse vallate la traversata dell’inferno. Infine, a pochi chilometri di distanza dal mare, già visibile, la foresta si addolcisce in arbusti fioriti, in cespugli scoppiettanti di colori, e la gazzarra si spegne di colpo.
Ecco, ecco Pebbly Beach, la nostra meta, consigliata da tutti i manuali turistici: una cricca di sabbia rosa bordata da una lingua di mare turchese appena increspato e, come da manuale, ecco alcuni esemplari di cangurine domestiche dai cui marsupi fuoriescono manine unghiatissime. Che sollievo quelle mammine aggraziate che si avvicinano all’uomo fiduciose! Così diverse dai cicaloni mostruosi che abbiamo appena attraversato!
Una canguretta mi si accosta, sembra cercare una carezza. Ha degli occhi di pecora buona. Sporgo una mano nella direzione della sua testolina ornata di orecchie ripiegate in segno di sottomissione. Le sono vicinissimo, i suoi peli fremono, si agitano... Eppure non c’è vento, non c’è un alito di vento...
Sono parassiti! Milioni di parassiti che si agitano tra la foresta dei peli, molti spiccano minuscoli balzi...
Pulci! A migliaia, a milioni. Pulci australiane endemiche nei velli dei marsupiali autoctoni. Ecco perché facevo fatica a mettere a fuoco la pelliccia della cangurina! Là dentro era tutto un movimento. Una foto da vicino scattata con un tempo d’esposizione estremamente breve avrebbe rivelato che la canguretta portava sul suo corpo un mondo nascosto fatto di creaturine agili e stravaganti, che per niente al mondo avrebbero cambiato il loro habitat ancestrale con uno nuovo.
Eppure, nonostante cicale e pulci: bella, Pebbly Beach, molto bella. Così lontana da tutto; così silenziosa, così perfettamente fotografabile.
Sembra lei stessa cosciente della sua bellezza.
Ma io non posso rimanere, devo riportare la mia famiglia a casa, a Canberra, al n° 101 di Buxton Street, ai piedi della Red Hill. Là, da qualche parte, appiccicato a qualche muro ancora caldo, c’è David che ci aspetta, il nostro House Spider famigliare, il nostro caro Huntsman, il nostro pet...
***
TIDBINBILLA
Tidbinbilla Nature Reserve. Riserva privata di una setta inflessibile.
All’inizio della riserva, il Visitors Centre. Raccomandazioni puntigliose e ostinate: «Mai uscire dai sentieri, per nessun motivo», «I circuiti si percorrono solo nel senso indicato dalle frecce», «Sui sentieri, camminare softly4 per minimizzare l’impatto ambientale». Percorsi colorati, irti di una segnaletica perentoria e non conviviale.
Sui sentieri, ranger in divisa, volontari con bracciale, scolaresche in meditazione profonda. Cartelli: «Gli eucalipti più alti del mondo», «Lo stagno più antico del mondo», «La tana di wombat più profonda del mondo». Se ci si concentra, intorno a un laghetto si possono captare «vibrazioni aborigene».
Gitanti australiani, uomini e donne, molte con naso appuntito, fanno applicare la Legge rendendola ancora più dura. Inflessibili zeloti aspettano al varco lo straniero ignaro: «Uno straniero ha messo un piede fuori dal sentiero!», «Un bambino straniero ha strappato una foglia di eucalipto!», «Una signora straniera non ha camminato softly!», «Un gruppo di stranieri non ha guardato in alto laddove un cartello diceva di guardare in alto!». Piovono rimbrotti: «Non hai minimizzato l’impatto ambientale!»
Sui bordi del sentiero, giganteschi canguri rossicci osservano, enigmatici, gli esseri umani gareggiare a chi più minimizza l’impatto ambientale. Ogni tanto, stanchi di essere fotografati, si alzano di scatto e fuggono zompando con fracasso. «Tum! Tum! Tum!» fanno le loro smisurate code e zampe posteriori. Battono all’unisono il «fragile ecosistema» fracassandolo senza pietà con i loro piedoni.
Lungo i sentieri si allargano numerosi spiazzi attrezzati con panche e tavoli di legno. In centro, l’altare del sacrificio: il barbecue a gas, gratuito, sempre funzionante. Uomini lentigginosi e dai capelli rossi si dirigono softly verso il barbecue con enormi cesti. Salgono al cielo volute di fumo grasso, rotte da sbuffi irati quando il sacrificante cosparge abbondantemente le salsicce di barbecue sauce.
Nuvole di mosche si appiccicano, ronzando, sugli occhi, sulle labbra, alla base delle narici. Su tutto domina il ketchup. Solo i non-australiani non hanno a portata di mano una vecchia racchetta da tennis o una mazza da cricket. Botte da orbi sulle groppe e sui becchi di innumerevoli emù selvatici, grandi come cavalli, golosi soprattutto di ketchup, ostinati da far paura, lunghi colli tesi pronti a scoccare terribili beccate ai meno preparati. Corrono a zig zag su zampe che sembrano d’acciaio.
All’uscita della riserva, la Tidbinbilla Tracking Station. Tre colossali antenne paraboliche ascoltano il cielo ruotando lentamente intorno ai molti assi. Sono loro che hanno, per prime, udito le frasi roche degli astronauti dell’Apollo 13 alle prese con la perdita di ossigeno. Da poco sono state affittate per parecchi milioni di dollari l’anno a una società americana che cerca di entrare in contatto con le civiltà extraterrestri.
Attendendo un’improbabile risposta irrorano le galassie con potenti fasci di onde elettromagnetiche.
***
THE BOUNCING STONES (Le pietre rimbalzanti)
Così recita il sito della prestigiosa rivista naturalistica The Australian Geographic:
«La spiaggia di Thornton Beach, più nota come la spiaggia delle Bouncing Stones, si trova nel Parco Nazionale di Daintree, all’estremo nord-est dell’Australia. Il sito è sacro agli aborigeni Kuku Yalanji della zona, ed era un tempo un’area in cui le donne della tribù discutevano dei loro segreti affari femminili...»
E il sito continua:
«Thornton Beach è una meta turistica molto popolare, ma non per la bellezza del suo paesaggio. Ad attirare il mondo intero sono invece le bouncing stones. Invece di rimbalzare con un’altezza sempre minore quando vengono lanciate in aria, queste pietre rimbalzano invece miracolosamente in modi estremamente diversi, con rimbalzi successivi a volte più alti o più lunghi del primo rimbalzo, sfidando in modo impossibile le leggi fisiche della gravità».
Eravamo in Australia da quasi quattro anni, la mia missione laggiù stava per finire. Non potevamo rientrare in Europa senza aver visitato un sito magico dove delle pietre magiche, magicamente violavano le ferree leggi della gravità. Prigioniero, come ero, in un mondo anglosassone spietatamente razionale, ero impaziente di recarmi in un luogo misterioso dove, attraverso un angusto finestrino, avrei potuto dare un’occhiata golosa verso un altromondo irrazionale.
Tralascio i dettagli, che non ricordo. Se fossimo partiti da Canberra , in quattro,
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CITTÀ AUSTRALIANE
Rioni periferici delle città australiane: squallore del sogno australiano, versione soleggiata dello squallore inglese. Solo i locali riconoscono, tra tutte le altre, la loro casa, la loro via, il loro giardino. Molti sono scalzi, tutti con capelli lunghi e biondi. Li lega un'amicizia autentica: se sei australiano sei un mate, un «compare». Se sei australiano: «she'll be right!», «tutto andrà bene». Gli stranieri – gli aliens, anche detti ethnics – si fermano, ripartono, chiedono informazioni, sbagliano ancora, credono di essere da tutt’altra parte e scoprono invece di essere tornati al punto di partenza.
In ogni giardino la stessa terrazza coperta, la stessa «girandola» per stendere gli stessi panni: T-shirt stinte, blue jeans sfilacciati, slip blu marino, reggiseni arrugginiti.
Garage aperti sulla strada, traboccanti di cianfrusaglie. In strada, camioncini pieni di ammaccature. Qualche fuoristrada coperto di fango fino ai vetri. Tutte le automobili espongono sul loro muso il simbolo maschilista dell'Australia vittoriosa: sono i micidiali bull bars, scudi e speroni con cui il mate australiano, bianco di pelle e rosso di pelo, si difende, massacrandoli, dai canguri distratti che dopo aver zompato felici nella savana si strambano a volte sulle strade periferiche dove si realizza, lentamente, l'utopia australiana.
Ma all'uscita di un tornante, ecco il centro città: un agglomerato di cristalli altissimi che si slanciano a ondate contro il cielo. Non c'è transizione. Il mediocre diventa sublime, il muro scrostato diventa specchio, il camioncino ammaccato diventa astronave, la periferia più squallida del mondo diventa la città più fantastica del mondo, il sogno australiano diventa il sogno di Icaro.
Trionfo tecnologico. Bellezza minerale. Visione onirica e un po' inquietante. Come su un grande schermo, nuvole bianche passano e ripassano sulle facciate postmoderne dei grattacieli d'Australia.
EUROPE AND UK
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EUROPEAN IMPORTED PESTS
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COSA DIRESTI SE UN GRANDE GIGANTE ROMPESSE UNO DEI TUOI DITINI...
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CITTÀ AUSTRALIANE
Rioni periferici delle città australiane: squallore del sogno australiano, versione soleggiata dello squallore inglese. Solo i locali riconoscono, tra tutte le altre, la loro casa, la loro via, il loro giardino. Molti sono scalzi, tutti con capelli lunghi e biondi. Li lega un'amicizia autentica: se sei australiano sei un mate, un «compare». Se sei australiano: «she'll be right!», «tutto andrà bene». Gli stranieri – gli aliens, anche detti ethnics – si fermano, ripartono, chiedono informazioni, sbagliano ancora, credono di essere da tutt’altra parte e scoprono invece di essere tornati al punto di partenza.
In ogni giardino la stessa terrazza coperta, la stessa «girandola» per stendere gli stessi panni: T-shirt stinte, blue jeans sfilacciati, slip blu marino, reggiseni arrugginiti.
Garage aperti sulla strada, traboccanti di cianfrusaglie. In strada, camioncini pieni di ammaccature. Qualche fuoristrada coperto di fango fino ai vetri. Tutte le automobili espongono sul loro muso il simbolo maschilista dell'Australia vittoriosa: sono i micidiali bull bars, scudi e speroni con cui il mate australiano, bianco di pelle e rosso di pelo, si difende, massacrandoli, dai canguri distratti che dopo aver zompato felici nella savana si strambano a volte sulle strade periferiche dove si realizza, lentamente, l'utopia australiana.
Ma all'uscita di un tornante, ecco il centro città: un agglomerato di cristalli altissimi che si slanciano a ondate contro il cielo. Non c'è transizione. Il mediocre diventa sublime, il muro scrostato diventa specchio, il camioncino ammaccato diventa astronave, la periferia più squallida del mondo diventa la città più fantastica del mondo, il sogno australiano diventa il sogno di Icaro.
Trionfo tecnologico. Bellezza minerale. Visione onirica e un po' inquietante. Come su un grande schermo, nuvole bianche passano e ripassano sulle facciate postmoderne dei grattacieli d'Australia.
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COSA DIRESTI SE UN GRANDE GIGANTE ROMPESSE UNO DEI TUOI DITINI...
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